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Un anno senza la passione di Stefano Carrer

Un anno fa ci lasciava Stefano Carrer, vittima di un incidente durante un’escursione sulle montagne della Val d’Intelvi, sopra il Lago di Como.

La pandemia ha stravolto la percezione del tempo. Dopo i primi mesi del primo di tanti lockdown, la scrittrice americana Joyce Carol Oates aveva sintetizzato in un tweet questo senso di distorsione causato da un’improvvisa cattività: giorni passati che sembrano mesi, settimane che sembrano anni e pesano come tali, scriveva.

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Con Stefano non è stato così. Un anno è ieri e il dolore è un dolore a distanza ravvicinata: intenso, come quello provato venerdì 22 maggio 2020, quando arrivò la notizia della sua scomparsa. Ricordarlo non è solo un dovere; per quanto strano e paradossale possa apparire, è anche un piacere.

Perché parlare di lui, che ha lavorato al Sole 24 Ore per oltre 30 anni ed è stato anche corrispondente da New York e Tokyo, ci riporta alle qualità di un giornalista di valore. Competenza, specializzazione, ma soprattutto passione. Stefano era tutte e tre queste cose messe assieme. Amava i temi sui quali era chiamato a scrivere, Giappone e Sud-Est asiatico in particolare, e questo amore faceva la differenza nei suoi articoli, nei suoi numerosi servizi video e nell’approccio al mestiere: solo una spinta così forte permette a un giornalista di diventare testimone di eventi e processi.

La tragedia di Fukushima, il più grave incidente nucleare della storia dopo Chernobyl, e della quale riproponiamo un reportage di Stefano in occasione del 3° anniversario, l’aveva quasi fatta propria. Come ha detto una persona che aveva particolarmente a cuore il nostro collega, Stefano lavorava sempre con ”Kisha Damashi”, che tradotto dal giapponese significa ”lo spirito del giornalista”.

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