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HK apre a metà sui Bitcoin, licenze agli stranieri ma avverte sui rischi

Hong Kong sta portando avanti il disegno di legge varato a fine 2020 che prevede la concessione di licenze agli stranieri per il trading di Bitcoin. Al tempo stesso avverte:
il gioco è pericoloso, state alla larga. Tuttavia, c’è una chiusura indiretta nei confronti di chi continua a gestire il business senza autorizzazione. Pechino, al contrario, come dimostrano le decisioni adottate nel la riunione del Comito di stabilità finanziaria presieduto da Liu He a ridosso del weekend, è per il pugno di ferro nei confronti delle cryptocurrencies.

La posizione più morbida di Hong Kong

Quello che non si può fare in Mainland China è, da sempre, fattibile nell’ex colonia britannica che ha sempre funzionato come piazza offshore di Pechino. Una sorta di doppio binario che potrebbe funzionare anche per i Bitcoin appena finiti, e non è la prima volta, nel mirino delle autorità centrali di Pechino.

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Hong Kong a fine anno aveva varato un disegno di legge sottoposto ai commenti del pubblico prima del varo finale che le Autorità monetarie della Regione amministrativa speciale sembrerebbero voler portare avanti, nonostante l’ostilità nei confronti del mercato dei Bitcoin da parte di Mailand China.

Il 21 maggio, il Comitato per la stabilità e lo sviluppo finanziario del Consiglio di Stato presieduto da Liu He, componente dell’Ufficio Politico del Comitato Centrale del Partito comunista cinese, ha ribadito che “bisogna servire l’economia reale”. E che tra gli strumenti da utilizzare rientra la repressione del mining di Bitcoin.

La linea dura del Comitato di stabilità di Pechino

Dopo il warning della Banca centrale anche il Comitato per la stabilità ha minacciato, dunque, il futuro dei Bitcoin in Cina.

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