HomeUltimo minutoFukushima, nel cantiere le ferite ancora aperte dello tsunami

Fukushima, nel cantiere le ferite ancora aperte dello tsunami

IL VIDEOREPORTAGE DI STEFANO CARRER

Gravi problemi alla centrale

Nessuna verifica processuale di negligenze, anche se il mondo intero ha rischiato parecchio. Lunedì alcuni media stranieri (tra cui Il Sole 24Ore) hanno potuto recarsi alla centrale, dove è andata in scena la simulazione del black-out totale del pomeriggio di tre anni fa nel bunker della centrale operativa dei reattori 1 e 2 (andati in fusione parziale come il numero 3). Nel buio totale un gruppo di tecnici aveva lottato disperatamente per salvare il Paese, evitando una catastrofe mondiale. Nessuno di loro lavora più, perché investito da troppe radiazioni. Il direttore Akira Ono ha ammesso che il problema non risolto dell’acqua contaminata assorbe le energie, impedendo di procedere a un piano organico per il decommissionamento: tutto resta allo stadio preliminare.La notizia è che si accelererà -da 15 a 40 al mese – la costruzione di serbatoi di stoccaggio di acqua radioattiva. Una misura-tampone. E stanno per partire i test per costruire muri “sotterranei” congelati a monte e a valle per limitare l’afflusso al mare dell’acqua che si contamina. L’area della centrale è un immenso cantiere che sembra girare un po’ a vuoto. Per 5 km intorno,nessuno può abitare e in una fascia di rispetto più esterna gli ex residenti possono farsi vivi di giorno ma non dormire.

Ricostruzione complicata

Sono ancora 267mila gli evacuati, di cui 97mila vivono in prefabbricati provvisori: dovevano restarci per due anni, ne sono già passati tre e per molti ci vorranno altri anni prima di poter entrare in una vera casa. Il processo di ricostruzione delle abitazioni è rallentato da tre fattori, come osserva Kosuke Motani, chief senior economist del Japan Research Institute. Primo, i rapporti complicati tra amministrazione centrale, provinciale e comunale, resi più difficili dai processi democratici(per cui in alcune comunità non si è raggiunto il consenso su dove costruire: se più a monte, come desidera il governo, o in riva al mare). Secondo,«è eccessiva la tutela giuridica della proprietà fondiaria e la sua frammentazione – sottolinea Motani – Per le pubbliche autorità è difficile espropriare terreni per la ricostruzione se alcuni piccoli proprietari non sono d’accordo, il che accade sempre in luoghi caratterizzati da una ferocia contadina nell’attaccamento alla terra da parte soprattutto delle persone anziane». Terzo, lacarenza di lavoratori e materiali per l’edilizia, che già soffre la concorrenza del boom immobiliare in corso a Tokyo destinato a rafforzarsi in vista delle Olimpiadi 2020. Un fenomeno che rallenta l’intera economia, tanto che il governo è stato costretto a mettere allo studio la finora aborrita ipotesi di allargare le maglie dell’immigrazione. I risultati sono singolari: se prima dello tsunami nel Tohoku non c’era lavoro, ora a mancare sono i lavoratori. Il debito morale per le vittime si trasforma in volano per una economia dagli spiccati tratti “keynesiani”: si stanno spendendo miliardi e miliardi di euro in barriere anti tsunami o per elevare il livello del terreno di 8 metri rispetto a quello del mare – come a Rikuzentakata -prima di iniziare a ricostruire le abitazioni, per paesi di 10,massimo 20mila abitanti pronosticati in ulteriore calo di popolazione.

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